Intolleranza agli additivi alimentari: cosa sappiamo davvero?

L'intolleranza agli additivi alimentari non è in realtà ancora stata compresa del tutto, a causa della mancanza di studi affidabili e completi in merito. Infatti, nonostante il crescente interesse nei confronti dell'alimentazione, e soprattutto del suo ruolo di promozione della salute, non sembra ancora semplice trovare gli adeguati finanziamenti per ricerche su questo tipo di intolleranza. Inoltre, spesso i ricercatori devono scontrarsi con problemi di natura etica e con i rischi potenziali per alcune categorie di pazienti che sarebbero interessate da queste ricerche cliniche. 

 

 

Di conseguenza, tra le intolleranze alimentari, quella agli additivi alimentari è quella meno conosciuta. Queste sostanze sono composti chimici, talvolta naturali altre di sintesi, usati per diversi scopi nella produzione di alimenti industriali. Abbiamo, quindi, i conservanti, gli aromi, gli emulsionanti, gli esaltatori di sapidità, gli edulcoranti e così via. 

 

 

Ma cosa sono le intolleranze alimentari e quali sono le cause? Esse sono delle reazioni avverse ad alcuni alimenti o loro componenti, che scaturiscono da un consumo a normali dosi di quel determinato alimento. A differenza delle allergie alimentari, le intolleranze non provocano la reazione del sistema immunitario. Si stima che queste reazioni interessino circa il 20% della popolazione mondiale. 

Tutte le più comuni intolleranze alimentari hanno diversi meccanismi e processi che possono provocare i sintomi nel soggetto interessato. In molti casi, come per quella agli additivi alimentari, l'esatto processo che sta alla base deve essere ancora compreso del tutto. 

Intolleranza agli additivi alimentari e cibo

Se volessimo fare una dieta a basso contenuto di composti chimici dovremmo andare ad escludere dalla nostra alimentazione diversi alimenti a cui vengono artificialmente aggiunti additivi. In particolare, abbiamo gli antiossidanti che vengono usati in oli e margarine. In bevande analcoliche e liquori troviamo spesso i benzoati e i solfiti. Questi ultimi si possono trovare anche nella frutta disidratata e svolgono, così come i benzoati, il ruolo di conservanti. Caramelle e gelatine prevedono spesso l'aggiunta di coloranti che le rendono più appetibili. 

Il glutammato di sodio viene spesso usato come esaltatore di sapidità, soprattutto nei cibi da portar via, in particolare in quelli della cucina cinese, ma è presente anche in moltissimi alimenti preconfezionati. 

Gli affettati e i salumi talvolta vengono, invece, prodotti usando i nitrati come conservanti. I propionati si usano soprattutto nel pane; l'acido sorbico viene, invece, aggiunto per la conservazione del formaggio, soprattutto di quello già porzionato in fette.

Cosa provoca l'intolleranza agli additivi alimentari?

 

 

Gli additivi alimentari sono spesso considerati la causa di reazioni a carico dell'apparato gastro-intestinale e di altri tipi di sintomi. Con un'incidenza dello 0,01-0,023% negli adulti e 2-7% nei bambini, come rilevato da uno studio, i sintomi più frequentemente attribuiti a queste intolleranze sono simili alle IBS, ossia alle malattie infiammatorie croniche intestinali, ma possono esservi anche orticaria, mal di testa, eczemi, rinite e congestione nasale. 

In realtà, però, gli studi in merito ai sintomi effettivamente dovuti ad una reazione avversa agli additivi alimentari non sono condotti usando un approccio dietetico a basso contenuto di additivi e i risultati in merito sono molto scarsi. Pochissimi studi riguardano i sintomi dovuti ad un singolo additivo, ma più spesso si fa riferimento ad una dieta ad alto contenuto generale di queste sostanze. Fanno eccezione alcuni studi sul salicilato e sul glutammato. Riguardo quest'ultimo, infatti, è stato rilevato che una dieta che ne prevede un basso contenuto riduce i sintomi di fibromialgia e IBS dal 30% all'84%, dopo sole 4 settimane di dieta ad esclusione di questo composto. I risultati sono, però, ancora da confermare, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del glutammato nella fibromialgia.

Inoltre, rimane da capire se la sensibilità ad un additivo induca la medesima reazione o una predisposizione per la sensibilità verso gli altri composti chimici aggiunti agli alimenti. 

Come funziona l'intolleranza agli additivi alimentari

Come abbiamo detto, gli studi in merito a questo tipo di intolleranza sono pochi e per la maggior parte ancora da confermare. Studiare il meccanismo di un singolo composto sarebbe utile per capire nel dettaglio il meccanismo d'azione che sta alla base del suo processo fisiopatologico. 

Fra i meccanismi proposti, alcuni ricercatori hanno pensato vi possa essere alla base di questa intolleranza una reazione non mediata dagli antigeni, quindi non allergica, ma un meccanismo pseudoallergico da ipersensibilità

Alcuni additivi, come l'ossido di titanio, composto usato negli alimenti come agente sbiancante, è stato studiato nei suoi effetti avversi, rivelando che andrebbe a ridurre l'assorbimento intestinale di alcuni nutrienti, perchè provocherebbe la riduzione dell'integrità della barriera intestinale. Questi effetti sono stati rilevati ad alte dosi di utilizzo di questo composto. 

Studiare gli effetti avversi degli additivi alimentari aiuta, quindi, a capirne meglio i meccanismi d'azione nell'organismo. A questo proposito, sono quindi necessari ulteriori studi che aiutino a fare luce sull'argomento. 

Diagnosi e cura

Per le intolleranze agli additivi alimentari non esistono dei test diagnostici validi, dato che vi sono pochi studi anche in merito ai meccanismi che stanno alla base di questi processi. 

Nella pratica clinica, ciò che si usa quando si sospetta questo tipo di reazione, è la dieta ad esclusione. Come trattato da alcuni studi in merito, essa prevede, allo stesso modo di quanto si fa per altre intolleranze come quella ai FODMAPs, l'eliminazione degli alimenti con additivi per un periodo di almeno 2 settimane, meglio se 6. Successivamente vengono gradualmente reintrodotti gli alimenti esclusi, in modo graduale e a cicli che vanno dai 3 ai 10 giorni. In questo breve periodo, si osserva la reazione dell'organismo al singolo alimento, per decidere quale escludere totalmente e quale tenere nella dieta. Questo processo è lungo e delicato, poiché espone a potenziali carenze nutrizionali se non si viene seguito da un Nutrizionista, che accompagni il soggetto sia nel momento dell'esclusione che nel momento della reintroduzione degli alimenti. 

Nel corso degli anni sono stati proposti diversi tipi di diete che prevedono una restrizione per quanto riguarda i cibi con alto contenuto di additivi, con lo scopo di attenuare diversi problemi proposti come conseguenza dell'alta concentrazione di questi composti negli alimenti. 

Una delle prime diete elaborate secondo questo principio è la cosiddetta "dieta ad eliminazione" o "The Elimination Diet", che era stata elaborata in Australia, da un ospedale di Sidney. Questa dieta andava ad eliminare completamente tutti i cibi con additivi artificiali ed era stata proposta contro i disturbi gastrointestinali, che sarebbero stati ridotti in seguito a questo tipo di approccio. In realtà, questa modalità di regime alimentare non ha portato ai risultati sperati e nessuno studio scientifico ha mai confermato un esito positivo in merito. 

Successivamente, negli anni Settanta, è stata elaborata una dieta sulla base della dieta ad eliminazione. Questo approccio dietetico viene chiamato " The Feingold Diet" ed è stata usata a livello mondiale per diverso tempo, nonostante anche in questo caso non vi siano studi sufficienti a conferma della sua efficacia. Questa dieta è stata elaborata per ridurre i disturbi da iperattività (ADHD) di cui soffrono alcuni bambini e che erano stati imputanti ai coloranti e conservanti artificiali aggiunti ad alcuni cibi. 

 

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