Glifosato nel grano: tra bufale ed accordi internazionali

Il glifosato nel grano, come in altre colture, è la molecola base di molti erbicidi usati in particolar modo in agricoltura per prodotti destinati all'alimentazione. Nel 2015, l'Agenzia Internazionale per la ricerca su cancro (o IARC) ha pubblicato un parere secondo cui il glifosato è stato classificato come "probabile cancerogeno per l'uomo", inserendolo nella classe 2A della sua classificazione. 

 

 

Sono recenti diverse polemiche sull'importazione di grano dal Canada potenzialmente contenente glifosato e poi usato per la produzione di pasta da marchi italiani. Scatta, quindi, la polemica sulla necessità o meno di obbligare i produttori ad indicare la provenienza del grano della pasta, in un clima di sempre maggior incertezza per il consumatore, costretto a districarsi tra pareri contrari di diverse organizzazioni, anche scientifiche, in merito alla tossicità o meno del glifosato. 

Vediamo quindi di fare chiarezza su quanto effettivamente le farine e la pasta vendute in Italia siano sicure, concentrandoci sul tema del glifosato nel grano. 

 

 

Glifosato nel grano: la legge in Italia e in Europa

Nel 2016, il Ministero della Salute italiano ha vietato, a partire dal 2017, l'utilizzo del glifosato in agricoltura e nelle campagne, in tutte le fasi precedenti la raccolta delle colture, grano compreso. Non si può, quindi, usare per nessuno scopo, né per ottimizzare il raccolto né nella fase di trebbiatura. 

In Europa, la legislazione ha posto dei limiti di residui di glifosato che possono trovarsi nel prodotto finito derivante dalle varie colture. Per il grano questo valore massimo riscontrabile è fissato a 10 mg/kg. La dose di glifosato rintracciabile negli alimenti è fissata a 0,5 mg per kg di peso corporeo, concentrazione che viene considerata potenzialmente pericolosa qualora venisse superata. Il Parlamento Europeo sta però lavorando ad una legislazione che vieti l'uso di erbicidi a base di glifosato entro la fine del 2022. 

Al di fuori dell'Unione Europea, il glifosato è consentito per l'agricoltura anche in paesi come il Canada, che è uno dei principali importatori di grano in Italia. L'importazione di prodotti contenenti glifosato non è, però, vietata anche nel nostro paese. In paesi come gli USA e il Canada, il glifosato è molto utilizzato nel grano prima della raccolta, in modo da consentirne l'essicamento e aumentarne il contenuto proteico. A tal proposito, Coldiretti si è espressa chiedendo il divieto di importazione dei prodotti che sono ottenuti secondo procedimenti vietati all'interno dello Stato Italiano, come appunto il grano coltivato in Canada con dosi massive di glifosato. 

Pasta al glifosato: una bufala?

Nel 2018, il giornale "Il Salvagente" aveva pubblicato un articolo in cui si andava ad indagare la presenza di contaminanti, glifosato compreso, nei principali marchi di pasta in commercio. 

In realtà, dal test effettuato da questo giornale, si vede che solo in due casi è stato ritrovato glifosato nella pasta: quella venduta da Eurospin e da Lidl. Nulla di allarmante in ogni caso, perchè i livelli riscontrati erano molto inferiori rispetto ai limiti considerati tossici, sia per gli adulti che per i bambini. 

 

 

Dobbiamo, inoltre, ricordare che, come abbiamo già detto in questo articolo, vi è un grande dibattito intorno alla reale pericolosità del glifosato. Infatti, se da una parte agenzie come lo IARC lo reputano probabile cancerogeno, sono di parere contrario altre fonti ufficiali come: l'EFSA (European Food Safety Authority), l'ECHA (Agenzia Europea per le sostanze chimiche), la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura) e l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). 

Nel 2017, un altro dossier molto famoso è stato pubblicato da "Grano Salus", rilanciato poi anche dalla rete televisiva nazionale. In questo documento sono stati accusati molti marchi di pasta italiana di produrre alimenti con alte concentrazioni di glifosato e altri pesticidi pericolosi, senza escludere però le micotossine. Il problema che il dossier ha sollevato riguarderebbe soprattutto l'uso di grano importato dall'estero, che avrebbe i residui, di questi prodotti, pericolosi. 

In realtà, il grano usato per la produzione della pasta italiana è anche di derivazione estera perchè il fabbisogno del nostro paese supera la produzione. Precisamente a fronte di un totale di 6 milioni di tonnellate annue di grano necessarie per la produzione di pasta, solo 4 milioni vengono prodotte in Italia.  

Dai controlli fatti da fonti ufficiali, e quindi non dai vari giornali e associazioni di categoria, il grano italiano ed estero risultano avere la stessa percentuale di glifosato, precisamente l'1%, comunque al di sotto della soglia considerata tossica. Inoltre, anche nel dossier pubblicato da "GranoSalus" i livelli riscontrati erano sotto la soglia di tolleranza prevista dalla legge europea. 

In un'interrogazione del Parlamento Europeo del 2018, è stata espressa la sentenza che non sono state riportate da nessuno stato membro notizie riguardanti il riscontro nel grano canadese di livelli di glifosato oltre la soglia consentita. In ogni caso, si ricorda nello stesso documento che qualora, in seguito ai controlli effettuati durante l'importazione, venissero riscontrati livelli fuori legge di glifosato nel grano, allora verrebbe notificato alle autorità competenti e bloccata l'importazione del prodotto in questione. 

Glifosato nel grano: la lotta tra importazione ed etichetta

Dopo il 2016, numerose indagini si sono susseguite, in merito al glifosato e alla sua presenza nella pasta dei principali marchi italiani. Oltre all'indagine già citata de "Il Salvagente", ancora prima, nel 2016, è stato pubblicato un dossier in cui si accusava il Ceta di consentire l'introduzione in Italia di "cibo malsano", fra cui grano per la pasta con residui di pesticidi pericolosi. Il Ceta è l'accordo di liberalizzazione degli scambi e dei servizi tra Europa e Canada, e ha consentito, quindi, a partire dal 2014, anno in cui è stato siglato, un maggior introito di grano canadese in Europa e in Italia. In questo dossier si accusa il Ceta di essere responsabile dei minori controlli nei prodotti importati dal Canada, e quindi di portare all'importazione di grano pericoloso in Italia. 

Successivamente, scoppiarono molti casi di condanne nei confronti delle case produttrici di glifosato, come il caso Bayer, azienda produttrice di erbicidi a base di glifosato e a cui vennero chiesti diversi risarcimenti per danni derivanti dall'utilizzo di questo tipo di loro prodotti.

Qualunque sia la reale conseguenza del glifosato nel grano, e nonostante sia stato riscontrato nella pasta in livelli che sono molto al di sotto i limiti di sicurezza, l'opinione pubblica nei confronti dell'utilizzo di grani esteri è ormai condizionata fortemente a favore della sola produzione di pasta con grani esclusivamente italiani, ritenuti più sicuri. Di conseguenza, grandi aziende produttrici, prima fra tutte la Barilla, hanno annunciato prima la riduzione, e poi il taglio, delle importazioni di grano canadese ed estero. 

In seguito a questa tendenza, l'importazione di prodotti canadesi passa dal valore di 557 milioni di dollari ai soli 93 milioni nel 2018. Per rassicurare maggiormente l'opinione pubblica, nel 2019 è stato reso obbligatorio l'indicazione in etichetta dell'origine del grano per la pasta italiana. Questa iniziativa è stata però bloccata ed impugnata sia a livello europeo che internazionale, perchè ritenuta concorrenza sleale per la libera circolazione delle merci tra i paesi facenti parte di accordi di commercio internazionale. 

Intanto il Canada ha accusato l'Italia di aver fatto quella legge sull'etichettatura per meri scopi commerciali, a favore del mercato interno italiano, e non per la protezione della salute e tranquillità del consumatore. Inoltre, il governo canadese ha sottolineato come le accuse contro il grano canadese siano solo infondate circa la presenza di residui di glifosato. 

Nel 2018, il Parlamento Europeo ha ricordato che l'adesione al CETA è sempre su base volontaria e che i due stati che se ne avvalgono non sono obbligati ad adottare le stesse leggi per l'importazione. Inoltre, ha ribadito, sempre nello stesso documento, che tutte le merci, importate e circolanti all'interno dell'Unione Europea, devono rispettarne le leggi, senza esclusione di quelle regolate dall'accordo CETA. 

 

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