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La cucina tradizionale e la cucina del territorio
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Questi due termini, tanto in voga fino
a poco tempo fa, diventeranno sempre meno utilizzati perché
ormai in netto contrasto con le tendenze attuali.
Il termine tradizionale puzza ormai di vecchio e viene ormai
snobbato dagli chef di alta cucina, che hanno sempre più
difficoltà a descrivere la loro come una cucina "del
territorio".
Alcuni riterranno quello che sto dicendo una vera eresia,
ma basta valutare con occhio critico i piatti dei grandi chef
per capire che questi termini risultano ormai in controtendenza
con quello che viene proposto.
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L'Italia è un giacimento gastronomico
ricchissimo, di una varietà unica nel mondo. Tale varietà
nasce dal fatto che il nostro paese è sempre stato costituito
da un dedalo di realtà locali indipendenti, e quindi ha sviluppato
una miriade di culture e cucine diverse.
In Italia basta spostarsi di 100 km per avere un panorama gastronomico
che varia in modo sostanziale, caratteristica che anche in paesi
gastronomicamente simili come la Francia non si avverte se non in
minima parte (di km ne occorrono almeno il triplo per avere lo stesso
tasso di variazione). Questa ricchezza però determina la
mancanza di una grande cucina nazionale, punto di riferimento per
gli chef; ma da tante cucine locali, a dimensione familiare, fatte
con pochi ingredienti reperiti su un territorio ristretto. Vediamo
perché i due concetti di tradizionale (legato alle
ricette) e di territorio (legato alle materie prime) stanno
sparendo il primo, perdendo di importanza il secondo, a favore di
qualcosa di enormemente più importante: la qualità.
Il nuovo concetto: la qualità
Al gastronomo moderno non deve interessare più
di tanto la tradizione e il territorio, ma il punto fondamentale
deve essere la qualità.
Fino a quando gli scambi culturali erano scarsi e la logistica alimentare
non garantiva il reperimento di ottime materie prime da paesi lontani
la qualità era garantita dalla tradizione (tecniche, ricette,
"know how" tramandati di generazione in generazione) e
dal territorio limitrofo alla zona in cui si operava, l'unico in
grado di garantire materie prime eccelse. Oggi tutto ciò
non è più vero perché un cuoco può venire
in contatto con le cucine di tutto il mondo e le migliori materie
prime si trovano ovunque, soprattutto nelle grandi città.
Nei ristoranti si è quindi iniziata a proporre una cucina
dapprima "rivisitata", che ora spesso è
talmente stravolta da non poter davvero più accettare il
termine tradizionale.
Diverso è il discorso delle materie prime, la cui
base spesso è legata al territorio, ma comprende un buon
numero di ingredienti provenienti da tutto il mondo, tant'è
che si inizia a notare un certo imbarazzo nel definire le proprie
materie prime "del territorio", per poi vedere nei piatti
il fois gras, lo zenzero, il salmone affumicato, ecc.
I ristoranti che fanno cucina con ingredienti e ricette strettamente
del territorio sono le osterie e le trattorie di fascia
di prezzo media e bassa, ed è giusto che sia così
perché a un prezzo basso la qualità può essere
offerta solamente con materie prime di facile reperibilità.
L'importante è non cadere nell'errore, purtroppo ancora molto
comune, di proporre una cucina tradizionale senza una adeguata selezione
delle materie prime: troppo spesso nei ristoranti che si definiscono
tradizionali si mangia peggio che a casa propria, dove la mamma
o la nonna preparano gli stessi piatti del ristorante.
Se ci pensiamo bene, questo è assurdo perché da un
professionista ci sia aspetta una maggiore capacità tecnica
e una migliore qualità delle preparazioni rispetto a un dilettante.
Invece capita che l'appassionato di cucina per mangiare meglio che
a casa debba fare decine di km e spendere centinaia di euro in ristoranti
di alta gamma, quindi bisognerebbe smetterla di parlare di cucina
tradizionale e del territorio e iniziare a parlare di qualità
in modo più serio.
Questo appello è rivolto soprattutto ai consumatori, i quali
con la loro competenza determinano sopravvivenza dei locali di qualità
e la morte di quelli scarsi.
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